The sailors of 2020

by Claudia Acquistapace (see original Italian version below)

How do you imagine them, the sailors in 2020?

I didn’t want to believe the classic stereotype, of blackened men, big as wardrobes, strong, and full of tattoos. But instead.

On board this ship, the crew I’ve met are almost all twice as tall as me, very strong, very big, and with a tattoo on their calf that’s the size of my thigh. And so, at least at first, you look at them a little hesitant, uncertain. You see them, out on deck at night, maybe talking German to each other, and you think you don’t want to bother them.

But then, the days go by. Space is limited. You meet on the stairs, or in the morning you exchange a Moin, which in North German is a kind of hello, good morning. You give yourself precedence to go up or down. And you exchange a smile. Then an excuse happens, an opportunity, and you find yourself surrounded by giants talking, half English, German or whatever.

And then, finally, you discover a world. For example, that one speaks Italian because he has lived in Italy for twenty years, and you discover wide, open, sincere smiles. You discover that they make fun of each other, and you observe what it means to be companions. Really mates. It opens up a world of friendly, competent and qualified people, engaged in a difficult job. And for the first time probably, you deeply want to speak German to ask and know more, and know the stories, better.

Then, for example, it happens that, as part of the campaign, you have to fly the balloon full of helium. Actually, it’s quite simple. You inflate a big balloon, fill it with helium and then attach it to a rope and fly into the clouds to measure it. It’s actually not a rope, it’s a heavy cable. The balloon is attached to a box containing very expensive and sophisticated instruments, and the balloon must be radio-controlled to manage its movements. All on a ship. In motion, at sea. With the waves. And the wind. Always the wind.

The Max Planck Cloud Kite balloon is launched from Maria S Merian during MSM89 (photo: C. Acquistapace)

And yesterday, during the landing of the balloon, I witnessed what it really means to fly and land such a balloon without damage.

There were at least five men of the crew, each with a task, with a cable to hold, a rope to secure, all coordinated in their movements. 
Holding that immense balloon, banged by the wind, swaying without deciding to stop on Merian. And there they were, holding it, fighting it. And the wind slamming the fabric of the balloon. And the sea that moved us all up and down with force. With that big, heavy metal box that swayed several times and risked hitting someone. But the fear I felt watching the scene was far from what was really happening. They seemed, in fact, absolutely calm and competent, confident in what they were doing. And in fact, the ball arrived safe and sound and everything went as it was supposed to. And I just stood there with my mouth open. And to think, boy, were they good. They’d hardly seen or heard the balloon before this cruise, and in a short time, they learned how to run this experiment safely.

The extraordinary thing for me is their disposition towards research. I mean, one could easily hate them, scientists who come up with the nice idea of flying a balloon from a ship, or who want to install a radar right on the top deck. And instead, they, incredibly, give their best so that the balloon flies and measures properly and the radar is up there. Now, that’s just admirable. Admirable, rare and beautiful.

They’re the ones who make the research possible. So, really and deeply, thank you.

Come ve li immaginate, voi, I marinai nel 2020?

Io non volevo credere allo stereotipo classico, degli uomini nerboruti, grandi come armadi, forti, e pieni di tatuaggi. E invece.

Invece. A bordo di questa nave, i membri dell’equipaggio che ho conosciuto sono quasi tutti alti due volte me, fortissimi, grossissimi, e col tatuaggio sul polpaccio che e’ grande quanto una mia coscia. E cosi’, all’inizio per lo meno, li guardi un po’ titubante, incerta, e anche ritrosa. Li vedi, la sera fuori sul ponte magari a parlare in tedesco tra di loro, e pensi di non voler disturbare.

Poi pero’, i giorni passano. Lo spazio, e’ limitato. Ti incontri per le scale, o la mattina ti scambi un moin, che in tedesco del nord e’ una specie di ciao, buongiorno. Ti dai la precedenza, per salire o scendere. E ti scambi un sorriso. Poi capita una scusa, una occasione, e ti ritrovi attorniato dai giganti a parlare, mezzo inglese, tedesco o quello che viene.

E allora, finalmente, scopri un mondo. Ad esempio che uno parla italiano perche’ ha vissuto in Italia vent’anni, e scopri sorrisi larghi e aperti, sinceri. Scopri che si prendono bonariamente in giro, e osservi cosa significa essere compagni. Compagni davvero.

Ti si apre un mondo di gente simpatica, competente e qualificata, impegnata in un lavoro difficile. E per la prima volta forse, vorresti davvero parlare tedesco per chiedere e sapere di piu’, e conoscere le storie, meglio.

Poi, ad esempio, capita che, come parte della campagna, deve volare il pallone pieno di elio. A dirlo, e’ abbastanza semplice. Si gonfia un pallone grande, si riempie di elio e poi si attacca a una corda e si fa volare dentro le nuvole, per misurarle. In realta’ non e’ una corda, ma un cavo pesante. Al pallone sta attaccata una scatola contenente strumenti costosissimi e sofisticati, e il pallone va radiocomandato per gestirne i movimenti.

Il tutto su una nave. In moto, nel mare. Con le onde. E il vento. Sempre il vento.

E ieri, durante l’atterraggio del pallone, ho assistito a cosa vuol dire in realta’, far volare e far atterrare senza danni un pallone del genere.

Erano almeno in cinque uomini dell’equipaggio, ognuno con un compito, con un cavo da tenere, una fune da assicurare, tutti coordinati insieme nei loro movimenti.
A tenere quel pallone immenso, sbattuto dal vento, che ondeggiava senza decidersi a fermarsi su Merian. E loro li’, a tenerlo, a lottarci. E il vento che sbatteva il tessuto del pallone. E pure il mare che ci spostava tutti su e giu’, con forza. Con quella scatola di metallo grande e pesante che piu’ volte ha ondeggiato rischiando di colpire qualcuno. Ma la paura che provavo io nell’osservare la scena era molto lontana da quello che realmente accadeva. Sembravano, anzi erano, assolutamente tranquilli e competenti, sicuri di quello che stavano facendo. E infatti, il pallone e’ arrivato sano e salvo e tutto e’ andato come doveva andare. E io li’ a bocca aperta. E a pensare cavolo, se sono stati in gamba. Il pallone non lo avevano praticamente mai visto ne’ sentito prima di questa crociera, e in poco tempo hanno imparato a gestire questo esperimento in sicurezza.

Ecco, la cosa straordinaria, per me, e’ la disposizione d’animo che hanno verso la ricerca. Voglio dire, uno potrebbe tranquillamente odiarli, gli scienziati che se ne arrivano con la bella idea di far volare un pallone da una nave, o che vogliono istallare un radar proprio sul ponte piu’ alto. E invece loro, incredibilmente, danno il loro meglio affinche’ il pallone voli e misuri come si deve, e il radar stia lassu’. Ecco, questo e’ semplicemente ammirevole. Ammirevole, raro e bellissimo.

Sono loro i primi che rendono la ricerca possibile. Quindi, per davvero, grazie.

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